Cara a cara con el destino de Matthew Bahati

por | 22 noviembre, 2016

Il ragazzo che scrive questo racconto esprime una grande capacità di mettere insieme la fantasia, il possibile ed il destino. Svegliarsi da un brutto sogno e temere di essere rimasti soli al mondo penso succeda a molti di noi, non solo adolescenti, importante è aprire gli occhi pensando a cosa potrà riservarci di curioso la nuova giornata davanti a noi.

Daniela Fagni

Salve ragazzi sono Matt Parker, un ragazzo come tanti e oggi ho deciso di raccontarvi la mia storia.
Natale 2007
Era la notte di natale, una serata fredda e umida, era il primo natale che passavo fuori casa, si insomma il mio primo natale al college, non erano ancora le nove quando mi chiamarono al telefono dell’istituto, era mia zia Molly che mi diceva di correre subito in ospedale perché mia madre aveva avuto un malore.
Feci le valigie con la roba necessaria, presi il poco denaro che mi era rimasto, mi sarebbe bastato si e no per il biglietto del treno ma non sarebbe bastato per
arrivare a casa, avrei dovuto fare l’autostop, ma non avrei avuto problemi visto che non era la prima volta che lo facevo.
Arrivai alla stazione che era poco lontana dal college, salii sul treno e mi sedetti di fronte ad un’anziana signora. “Salve” le dissi, lei non mi degnò di una risposta, la sua bocca raggrinzita rimase serrata, poi d’un tratto rispose, “Salve giovanotto, come ti chiami?” “Matt, Matt Parker”, le dissi ad alta voce, mi dava a pensare che fosse un po’ sorda. Piacere “Sono Anne.”
Anne, la signora davanti a me era poco più di un metro, non ricordo di aver visto una donna più minuscola, inoltre aveva abiti molto buffi, una sottana a fiorellini blu, che vi dico la verità poteva sembrare tutto al di fuori che di una sottana,sopra aveva una maglia color lilla con uno scialle giallo limone.
Ero seduto e la fissavo, ci volle un po’ prima che mi degnasse di un’altra parola,“Allora ragazzo, scommetto che vai al college e stai tornando a casa per le vacanze”…
“Più o meno signora ma non è proprio così”
“Su ragazzo non mi tenere sulle spine puoi dire tutto alla tua vecchia Anne”.
Non mi andava proprio di raccontare i miei
problemi ad una sconosciuta, anche se lei mi parlava come se ci conoscessimo da una
vita.
Io me ne stavo di fronte all’anziana muto come un pesce, ma lei proseguiva ostinata
per togliermi qualche parola di bocca, “dai su ragazzo confidati con la tua vecchia
zia Anne” e va bene, al diavolo, dovevo trovare un modo per far cessare quella bocca
rugosa “devo tornare a casa perché mia madre ha avuto un mezzo infarto”, le dissi con
tono scocciato.
“Mi dispiace mio caro”, ecco forse l’ho zittita pensai fra me, poi le vidi tirare fuori una busta di sigari toscani, non avevo mai visto una donna fumare quei grossi cosi marroni.
Si avvicinò la busta alla bocca e ne sfilò uno, poi lo accese. “Vedi mio caro ragazzo, io non ho mai creduto a questi fottutissimi messaggi” disse con voce alterata indicandomi il messaggio (il fumo uccide) sopra la bustina gialla, poi proseguì “io ho 74 anni e sono viva e vegeta il medico mi ha detto che posso stare tranquilla, seppellirò tutti”, disse sorridendo, mostrando una bocca senza denti.
Mi alzai dal sedile del treno, ero ormai arrivato alla mia fermata, salutai Anne…
“Aspetta ragazzo, voglio darti una cosa, questo è stato il mio portafortuna per molto tempo e voglio darlo a te”, disse con voce lieve mostrandomi un crocifisso d’argento.
Salutai Anne per la seconda volta, lei si avvicinò e mi dette un bacio, poi tirò un’ultima boccata di quel suo bastoncino di cancro.
Scesi dal treno, saranno state più o meno le nove e mezzo, era strano, tutta la città era illuminata con le luci di natale e proprio lì dove ero io non c’era neppure l’ombra di una luce, e poi, come se non bastasse, mi trovavo davanti ad un cimitero.
“Ehi ragazzo” mi sentii chiamare, era una voce maschile, poi lo vidi era appoggiato ad una lapide, lo raggiunsi, non vedevo bene il volto, solo li sprizzi di luce delle macchine mi aiutavano a vedere meglio. “Mi chiedevo come mai un ragazzo non fosse con la famiglia nel giorno di natale, e come mai fosse proprio nel luogo più triste della terra”.
Gli chiesi il nome, lui mi rispose senza esitare come se si aspettasse quella domanda; “mi chiamo Tomhas Wilson, ma puoi chiamarmi semplicemente Tom. “Piacere sono Matt Parker”.

Una luce più profonda mi permise di vedere il volto completamente sfregiato di Tom, a malapena si riusciva a vedere gli occhi azzurri.

Non resistevo, dovevo sapere di più su quel ragazzo, così gli domandai il motivo di quelle ferite.

Lui non parlò, ci mise qualche secondo a rispondere, poi disse “è opera di mio padre, mi ha sempre accusato della morte di mia madre che morì dopo la mia nascita, e così ha scatenato la sua rabbia su di me”.

Poi gli domandai come mai fosse lì il giorno di natale. Lui mi dette un’ultima risposta, poi si ammutolì, mi disse che quella era la sua casa.
Io mi allontanai silenziosamente, mi sentivo di troppo perché ormai Tom si era chiuso nel suo silenzio.
Camminai fuori dal cimitero e alzai il pollice, cercavo qualcuno che potesse accompagnarmi a casa, o almeno darmi un piccolo strappo. Vidi in lontananza due fari gialli che si avvicinavano lentamente, mi lanciai in mezzo alla strada per cercare di fermare la macchina. Una lunga frenata mi annunciò che c’ero riuscito. Picchiai sul finestrino per attirare l’attenzione, e mi apparve la faccia di un vecchio, era un viso stupito, un’espressione incredula di come avesse fatto a non mettermi sotto con la macchina.
“Buonasera signore” gli dissi, l’uomo si riprese dallo stupore e poi mi rispose:

“buonasera ragazzo”; “mi chiedevo se poteva accompagnarmi fino a casa.”

Lui mi rispose che mi avrebbe accompagnato a pochi chilometri da casa, io salii e sentii subito una tanfata sgradevole. Non riuscivo a capire che odore fosse.

Il vecchio avrà avuto si e no un’ottantina d’anni.

“Piacere mi chiamo Robert Reset” .

“Piacere, io sono Matt Parker.”

Non riuscivo a capire da dove provenisse quell’odore insopportabile, mi dava la nausea ma dovevo resistere, avevo già avuto fortuna a trovare quel passaggio.

Notai che il vecchio aveva due dita mozzate alla mano destra.

“Le hai notate subito ragazzo!”, mi disse con voce stridula.

“Sono stati i tedeschi, quei maledettissimi tedeschi, e mi ritengo fortunato, a mia sorella le mozzarono la lingua. Ma in vecchiaia, il destino mi ha punito, mio figlio è morto, aveva problemi psichici, o meglio, non li aveva, ma una mattina si è svegliato ed era impazzito. Prima si è sfregiato tutta la faccia, poi ha terminato il tutto tagliandosi la gola.

Vuoi vederlo? E’ qui dietro, non sono riuscito a seppellirlo, non mi va che venga ricoperto da un ammasso di terra.” mi disse sbarrando gli occhi. Poi chiuse le portiere con la sicura, adesso mi fu tutto chiaro, ero finito nella macchina con uno psicopatico che teneva nei sedili posteriori il figlio morto.

Avevo paura, ma forse se avessi fatto ciò che voleva mi avrebbe lasciato libero.

“Dai coraggio, voltati non avere paura ti presento Tomhas, ma per tutti è solamente Tom”.

L’avevo già sentita questa frase, pochi minuti prima il ragazzo del cimitero mi aveva ripetuto le stesse parole. Non avevo scelta, dovevo voltarmi, e far contento il vecchio pazzo.

Mi feci coraggio e lentamente mi voltai, con la coda dell’occhio destro vidi due gambe distese o meglio il poco che era rimasto, nel frattempo mi venne un forte dubbio che il ragazzo del cimitero fosse lo stesso che era disteso dietro di me, parecchie circostante coincidevano, entrambi si chiamavano Tom ed entrambi avevano la faccia sfregiata, mi voltai ero troppo curioso di sapere, il cadavere dietro di me era in gran parte divorato dai vermi, che gli uscivano da tutto il corpo: dagli occhi, dalla bocca, dalle narici, dall’addome; ormai il corpo del povero ragazzo era diventato un ammasso di carne putrefatta, ma era ancora riconoscibile, era lui, era lo stesso Tom, il Tom del cimitero.

Non capivo anche se mi sforzavo di capire, com’era possibile che dentro la macchina c’era un ragazzo che avevo visto poco prima, non riuscivo proprio a capire nonostante mi sforzassi, l’unica cosa certa era l’odore di cadavere che padroneggiava nell’intera automobile.
“Siamo arrivati”, disse il vecchio, “puoi scendere, io aspetterò mia moglie che dovrebbe arrivare in treno tra poco”.
Scesi incredulo per ciò che avevo visto, ma ero contento, ero vivo, il folle
psicopatico che guidava l’automobile, e che aveva ucciso il figlio, mi aveva lasciato andare.
Ero a pochi chilometri da casa, e li vicino vidi una Mercedes grigia, parcheggiata con i fari accesi, mi avvicinai, e vidi un bambino o forse era una bambina non si capiva bene cosa fosse, era seduto al volante e guardava dritto davanti a sé.
“Ciao Matt, è tempo ormai che ti stavo aspettando, vieni avvicinati”, e mi fece segno di avvicinarmi, ma chi era quella strana creatura con il volto angelico, e come faceva a sapere il mio nome. Mi avvicinai lentamente ero tranquillo ma quello strano personaggio mi aveva incuriosito.
“Sali, non aver paura”, salii in macchina accanto al bambino, anche da più vicino non riuscivo a capire il sesso della creatura: aveva lineamenti molto delicati, occhi azzurri con un taglio particolare, labbra rosse come sangue, carnagione chiarissima, capelli neri e corti ed era vestito di nero.
“Mett ti stavo aspettando”, “ma perchè e perchè proprio io ?”
Dissi incuriosito “ma possibile che stanotte non ti sia accorto di niente, questa notte ti ho mostrato molte cose, hai incontrato persone e hai vissuto situazioni, ho fatto tutto questo per te e tu vieni a dirmi che non ti sei accorto di niente ? Ti ricordi Anne il primo dei tre personaggi che hai incontrato ? Quanti eravate sopra il treno?” “Due o almeno in quel vagone eravamo in due” bravo, esatto, e dimmi ti ricordi di Robert l’ultima persona che hai incontrato, il vecchio pazzo come lo definisci te, ti ricordi che lui avrebbe aspettato la moglie che sarebbe scesa di li a poco? La moglie era proprio Anne, e come mai tu sei sceso prima visto che il treno ti avrebbe portato ad un paio di chilometri da casa, tutto perchè l’ho voluto io ?”
“Ma chi sei tu?”, domandai con voce alterata, venivo preso in giro da un moccioso di dieci anni al massimo e questo non mi andava proprio. “Alcuni mi chiamano destino, altri preferiscono chiamarmi fato, altri ancora usano la parola coincidenza.
“Allora veniamo al sodo Matt, ho perso fin troppo tempo con te, stanotte la tua vita si sarebbe conclusa grazie ad un incidente in auto, ma io sarò generoso con te ti darò una seconda possibilità, ma qualcuno a te caro prenderà il tuo posto e poiché abiti solo con tua madre, devi decidere in fretta, o te o lei.”
Vi furono cinque minuti di silenzio, poi il bambino mi passò un libricino con fogli completamente bianchi ed una strana penna azzurra. “Qui dovrai scrivere la tua storia proprio come fece Tomhas il ragazzo del cimitero pochi anni fa, anche a lui fu data la stessa possibilità e così scrisse la sua storia. Non fu il padre ad ucciderlo, ma lui stesso decise di morire così si sfregiò la faccia e poi si tagliò la gola perchè non avrebbe sopportato di perdere un genitore. “Ti ricordi quando ti disse che fu il padre a sfregiarlo ? Ha dovuto dirlo perché io gli ho chiesto di farlo.” Il padre da allora in poi vaga con il figlio morto, non ha mai superato il trauma. Io scrissi in poche righe la mia storia, poi passai il blocco e la penna al bambino.
Bravo adesso puoi scendere, eravamo davanti all’ospedale.
Corsi subito dentro e volai nel reparto di mia madre, trovai un infermiera e le domandai come stava mia madre lei mi rispose che se la sarebbe cavata quindi non avrei avuto motivo di allarmarmi.

La mattina mi ritrovai in camera mia, sdraiato sul mio letto, possibile che mi ero sognato tutto?

Poi strinsi la mano e mi trovai un crocifisso d’argento era proprio come il crocifisso che mi aveva regalato Anne, allora mi resi conto di non aver sognato e ripensai alle brevi righe che avevo scritto.

Chiamai mia madre e udii una risposta era ancora viva ma sapevo che il bambino del sogno me la avrebbe strappata via, perchè avevo scelto lei e così quando fosse arrivata l’ora sarei rimasto solo contro il mondo.

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